Prefazione Vittore Quèrel (1970)
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Giovanni Piva, fino a due o tre anni fa, apparteneva alle oleografie della mia giovinezza, all'aneddotica del Corso Allievi Ufficiali e delle stupende "ragazze d'Muncalé" che naturalmente"quand chl'è sera i van balé".
Qualche volta "a balé" venivano anche con noi, caro Piva, chissà se qualcuna di quelle "totine" di Muncalé conserva ancora tra i ricordi una tua foto di allora o magari piange per Roddolo, per Pecoraro,per tutti gli altri che quel Corso ha poi disperso nella sabbia d'Africa o nella neve del Don? Certo viene la malinconia a pensare "ai noi d'allora",alle nostre romantiche, quasi buffe "classi di ferro", ai nostri tormenti,ai nostri problemi,ai nostri risentimenti! Ed a quello che successe poi.
La nostra è una generazione che si è portata dietro un sacco di pesi amari. Molti di noi se ne sono fatti un'oppressione, quasi un senso di colpa. E' ridicolo che sia stato così( tra l'altro è un fatto che non mi riguarda perché io mi sento coerente con tutte le esperienze che ho fatto e non ne rinnego nessuna ), ma è vero che molta gente della nostra generazione è stata travolta, più dagli avvenimenti in sé, dalla "coscienza" degli stessi, o da una pessima interpretazione che una coscienza malata dà spesso agli avvenimenti. Una storia vecchia questa!…Ci fece un romanzo perfino Stendhal quando crollarono i miti napoleonici e della grande Europa: ed i reduci che avevano portato "le aquile vittoriose"in Asia ed in Africa tornarono sconfitti e traditi!
Il nostro Piva non ci ha fatto un romanzo, ma quel tormento, indubbiamente, se l'è portato avanti per molto tempo.Nessuno ci avrebbe pensato, noi di allora, abituati a vedere in Piva un fenomeno quasi folcloristico: "Cus'hal sempre el Piva" si domandava ogni giorno Paolo Premoli, e Sandro Rossini aggiungeva sardonico:"el pensa". Forse Piva ha pensato davvero molto a quella che è stata la nostra vita!
Anni fa ci siamo ritrovati, e mi ha raccontato dei suoi drammi, die suoi incubi, come ancora la notte si svegliasse con il crà crà crà delle Breda nelle orecchie e sudasse freddo pensando a quanta gente avevamo lasciato chissà dove."Ma ora mi sto liberando" mi disse con un mezzo sorriso; come a nascondere il segreto.
Il mistero ora è svelato. Il segreto è qui: davanti al pubblico , alla critica, a chiunque visiterà la mostra ed ammirerà i quadri del pittore Giovanni Piva. Sono veramente entusiasta che Piva si sia dedicato totalmente alla pittura che amava fin da ragazzo; e che, con l'arte, si sia liberato da ogni ossessione, da ogni tristezza.
Ha scelto una bella strada, non c'è dubbio! E lo dico anche se, ad essere sinceri io mi sento un po' perplesso davanti al grande amore che Piva porta alla natura, alle lagune, ai paesaggi, alle piante, alle figure.
A questo punto dovrei dire che a me piacciono opere che di solito sono giudicate più impegnate socialmente e che il pubblico, forse a ragione, in genere non vuole, ma che ci posso fare se mi fanno fremere le plastiche combuste di Burri e non le donne del Tiziano?! Forse son fatto male…
Tuttavia, davanti a questa bella pittura, a questa sostanziosa e psicologicamente valida pittura di Giovanni Piva starei per ricredermi; confesso che mi ha preso a tradimento mettendomi sotto gli occhi questi suggestivi paesaggi delle mie lagune venete: un mondo che io porto nel sangue e che mi fa vibrare.
Debbo proprio dire che Piva ha saputo tirar fuori il meglio dal soggetto che si è posto davanti agli occhi, e che questi suoi quadri, tagliati da poeta e intimamente sentiti, lavorati con materia grumosa e vitale, elaborati a colpi decisi e non casuali,sono proprio da considerarsi su un piano che non è quello normale, quello abituale: sono un'elaborazione filtrata attraverso stati d'animo puri e sinceri.
Roma, febbraio 1970 Vittore Quèrel