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Presentazione Luigi Servolini (1974)
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Nelle sue poetica predomina un clima di solitario: c'è qualche cosa di sublime nelle ore trascorse nelle paludi di Chioggia o nella campagna assolata di Alberobello, come se Piva volesse cogliere un'amarezza salutare per la sua arte, se sa infondere tanta pace fra vieri e uliveti. Senz'altro Piva trova il modo di esaltare le passioni nel quadro della natura, sa sognare, divagare, guardare l'arte in sè come in un sogno e ricostruire senza perdere il contatto con la realtà.
Nel suo ottimismo, velato da un appannamento fantastico, rimane sempre giovane di speranza. E con la speranza e il sole porta arditamente il romanzesco sul piano dell' umano.
I colori sa guardare con un senso ritmico di alternanze o in trasparenze e riflessi. Il tono è brillante, dal mattinale allo stellare, dalle albe ai tramonti. E protagonista è sempre il colore! A volte il pathos, nella ricostruzione fantastica, in quel calarsi dell' artista nella natura, ritorna alla sua originaria temperatura e si serena, con un tranquillo spatolare del colore su fondi che aprono belle visioni che sono una musica.

(da Panorama d'Arte -  ed.Magalini   1974)        Luigi Servolini

Presentazione Silvana Boccardo (1992)
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La mostra documenta temi e percorsi della poetica visione figurativa dell'artista, oggi ottuagenario.
Da quella figlia-bambina, dipinta sulla facciata anteriore e posteriore come una tavola medioevale, si snoda la storia della sua vita: vita di uomo e di pittore, singolarmente indipendente dalle mode di facile avanguardia; coerente, invece, con la propria creatività.

Quasi "teatro della memoria", egli narra di luoghi e di figure importanti nel suo curriculum perché l'arte è modus vivendi, è alla base d'una lunga esperienza animata da profonde emozioni che riesce a trasmettere ai suoi interlocutori.
Conoscevo l'artista attraverso la testimonianza dei suoi familiari, sapevo del suo amore per la musica, e di quel violino che, con caparbietà, ha continuato a suonare anche in vecchiaia; oggi, dopo aver indugiato, guardato, magari sfiorato i suoi quadri, di quella materia densa che li carica d'espressività, avverto che si crea un'atmosfera. L'occhio s'appropria di parvenze e d'impressioni,fruga tra i paesaggi marini e quelli chioggiotti, tra i vigneti e i trulli, tra i cardi e i vecchi lumi accesi; s'immerge nella visione d'una farfalla al tramonto, di ninfee nello stagno, d'un acquario moderno: oggi non si può contare solo sul visibile per far sentire la propria spiritualità ed il nostro pittore s'evolve costantemente fornendo l'interpretazione personale della nuova forma.

Giovanni Piva osserva. Disegna figure, dipinge marionette in carne ed ossa in un' intelligente allegoria tra il fantoccio e l'umano di cui sottolinea, con forte senso del colore, ironia ,sofferenza, smarrimento. Certamente, rispetto al nostro oggi, l'arte contemporanea può avere rappresentatività elevatissima, comunque superiore a qualsiasi altro sistema di comunicazione; ecco perché questo suo tema è così significativo: con le marionette divenute persone, si passa dalla Commedia dell'Arte alla Commedia della Vita in un mondo che è sempre più spettacolo, come sa riconoscere chi è vissuto a lungo.

Sono lieta di presentare al pubblico torinese questo maestro a cui auguro una feconda e sentita produzione anche per il futuro.

(Prefazione alla mostra per il compleanno dell'artista, maggio 1992 )         Silvana Boccardo
Presentazione Elio Marcianò (1981)
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Conoscevamo il sole, i trulli, i capanni, i cardi e i vecchi lumi di Giovanni Piva, che erano per Luigi Servolini"i motivi ricorrenti della sua prospettiva dello spirito, luogo di evasione e delle più intense emozioni dell'anima". Ora l'amico maestro ci sorprende con una nuova tematica che è interiormente nutrita di ragioni sociali, che veste l'umanità coi panni delle marionette, passando dalla Commedia dell'Arte alla commedia della vita.

L'evolversi della pittura è costante per questo artista dotato di una singolare indipendenza stilistica, che non ha subito richiami di mode stravaganti di avanguardia. Le marionette esistevano nell'antichità e ne hanno parlato Aristotele e Senofonte. Nella tradizione italiana predomina la siciliana opera dei pupi. Altri artisti si sono sbizzarriti con la maschere comiche, coi clowns, coi funamboli, coi giullari, con Pulcinella, con l'anonima umanità della popolare marionetta, come essere umano nell'eterno teatrino della vita, animato dai fili mossi dal marionettista di turno.

E rimaniamo sorpresi dalla spigliata creatività di marionette in carne ed ossa, in una intelligente allegoria fra il fantoccio e l'umano. Nel teatrino di Piva la natura stessa dei suoi esseri-fantocci è fatta di vivacità, di sguardi innocenti o maligni, di pieghe delle labbra atteggiate ad ironia , in un luminoso pizzicare nel nero occhio malizioso. In essi si riflette lo spirito dell' artista che coglie istantanee dell'animo, tra il pathos e l'humour. E spesso come contrappeso al gusto dell'ironia emerge un bisogno d'amore per l'infanzia spensierata o la pietà per l'uomo 'indifeso, disorientati, estatico, in un modo di vivere che è anche spettacolo.

E' il senso della doppia vita come su uno schermo, con le scene che si susseguono e interferiscono, vivificate da colori smaglianti, che esaltano il ruolo delle marionette che diventano persone. E Piva umorista partecipa al suo teatrino con la pittoresca rappresentazione della vita, vissuta e colorata. Ma c'è ancora da dire che in questa forma di purezza formale c'è l'ansia di una verità diversa, nell'incontro fra mondo morale e mondo fantastico. E' questa , del resto, l'inequivocabile ragion d'essere della sua arte, in questo caso nei termini del verso di Montale :"ciò che non siamo, ciò che non vogliamo."

(da "Corriere dell'arte -  1981)                Elio Marcianò

 
Presentazione della mostra antologica 1969-79
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Il colore innanzitutto: Un colore che è sentimento materializzato,viva espressione dell'animo. La natura pittorica di Giovanni Piva si può cogliere in questa chiave. E c'è tutta una tradizione artistica italiana fondata sul colore, anche se il colore come espressione pura sembra un'invenzione di oggi. Ma questo non è tutto. Nelle opere do Piva, unita al colore è la forma. Forma che rivela le profonde radici di questo pittore nel disegno,nel saper cogliere gli oggetti della realtà nella loro più autentica dimensione.

Forma e colore, dunque. Ma se nei quadri di Giovanni Piva mi dovessero dire di cogliere l'elemento caratterizzante, la difficoltà non sarebbe lieve. Perché se il colore colpisce, la forma testimonia una vocazione autentica, un dono di natura non comune. Inutile ci sembra quindi tentare paralleli con scuole e maestri. L'arte di Piva movendo ben precisi interpretazione personale della realtà. E questo non è poco in un mondo in cui più che la naturale inclinazione si seguono le mode e le correnti di mercato.

Se proprio si volesse cercare una matrice culturale, ci sembra possa essere individuata nell'impressionismo. Un impressionismo rivissuto in chiave estremamente soggettiva,in cui sono colti gli elementi coloristici, quasi a voler innestare una scuola d'oltralpe con quella tipicamente italiana del 500 veneto. Tutto ciò per significare  come l'arte di Giovanni Piva sia frutto di una particolare concezione che si fonda su canoni classici ed eterni.
In questa dimensione si possono comprendere i riconoscimenti che l'artista bresciano ha ottenuto nell'arco di un decennio; riconoscimenti per la cui elencazione non basterebbe la pagina di un catalogo. E naturalmente il cammino dell'artista non si può dire chiuso con le ultime ricerche.
Altri lavori possono nascere dalle premesse attuali, per giungere ad un ideale di perfezione che già oggi si scorge.

(da:  Artisti in Vetrina  1979 )                        A. M.

Prefazione Vittore Quèrel (1970)
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Giovanni Piva, fino a due o tre anni fa, apparteneva alle oleografie della mia giovinezza, all'aneddotica del Corso Allievi Ufficiali e delle stupende "ragazze d'Muncalé" che naturalmente"quand chl'è sera i van balé".
Qualche volta "a balé" venivano anche con noi, caro Piva, chissà se qualcuna di quelle "totine" di Muncalé conserva ancora tra i ricordi una tua foto di allora o magari piange per Roddolo, per Pecoraro,per tutti gli altri che quel Corso ha poi disperso nella sabbia d'Africa o nella neve del Don? Certo viene la malinconia a pensare "ai noi d'allora",alle nostre romantiche, quasi buffe "classi di ferro", ai nostri tormenti,ai nostri problemi,ai nostri risentimenti! Ed a quello che successe poi.

La nostra è una generazione che si è portata dietro un sacco di pesi amari. Molti di noi se ne sono fatti un'oppressione, quasi un senso di colpa. E' ridicolo che sia stato così( tra l'altro è un fatto che non mi riguarda perché io mi sento coerente con tutte le esperienze che ho fatto e non ne rinnego nessuna ), ma è vero che molta gente della nostra generazione è stata travolta, più dagli avvenimenti in sé, dalla "coscienza" degli stessi, o da una pessima interpretazione che una coscienza malata dà spesso agli avvenimenti. Una storia vecchia questa!…Ci fece un romanzo perfino Stendhal quando crollarono i miti napoleonici e della grande Europa: ed i reduci che avevano portato "le aquile vittoriose"in Asia ed in Africa tornarono sconfitti e traditi!

Il nostro Piva non ci ha fatto un romanzo, ma quel tormento, indubbiamente, se l'è portato avanti per molto tempo.Nessuno ci avrebbe pensato, noi di allora, abituati a vedere in Piva un fenomeno quasi folcloristico: "Cus'hal sempre el Piva" si domandava ogni giorno Paolo Premoli, e Sandro Rossini aggiungeva sardonico:"el pensa". Forse Piva ha pensato davvero molto a quella che è stata la nostra vita!
Anni fa ci siamo ritrovati, e mi ha raccontato dei suoi drammi, die suoi incubi, come ancora la notte si svegliasse con il crà crà crà delle Breda nelle orecchie e sudasse freddo pensando a quanta gente avevamo lasciato chissà dove."Ma ora mi sto liberando" mi disse con un mezzo sorriso; come a nascondere il segreto.

Il mistero ora è svelato. Il segreto è qui: davanti al pubblico , alla critica, a chiunque visiterà la mostra  ed ammirerà i quadri del pittore Giovanni Piva. Sono veramente entusiasta che Piva si sia dedicato totalmente alla pittura che amava fin da ragazzo; e che, con l'arte, si sia liberato da ogni ossessione, da ogni tristezza.

Ha scelto una bella strada, non c'è dubbio! E lo dico anche se, ad essere sinceri io mi sento un po' perplesso davanti al grande amore che Piva porta alla natura, alle lagune, ai paesaggi, alle piante, alle figure.
A questo punto dovrei dire che a me piacciono opere che di solito sono giudicate più impegnate socialmente e che il pubblico, forse a ragione, in genere non vuole, ma che ci posso fare se mi fanno fremere le plastiche combuste di Burri e non le donne del Tiziano?! Forse son fatto male…

Tuttavia, davanti a questa bella pittura, a questa sostanziosa e psicologicamente valida pittura di Giovanni Piva starei per ricredermi; confesso che mi ha preso a tradimento mettendomi sotto gli occhi questi suggestivi paesaggi delle mie lagune venete: un mondo che io porto nel sangue e che mi fa vibrare.

Debbo proprio dire che Piva ha saputo tirar fuori il meglio dal soggetto che si è posto davanti agli occhi, e che questi suoi quadri, tagliati da poeta e intimamente sentiti, lavorati con materia grumosa e vitale, elaborati a colpi decisi e non casuali,sono proprio da considerarsi su un piano che non è quello normale, quello abituale: sono un'elaborazione filtrata attraverso stati d'animo puri e sinceri.

Roma, febbraio 1970                                 Vittore Quèrel